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Terremoto in casa Volkswagen: annuncio shock del Ceo

Volkswagen, piano “Group Target Picture”: 100.000 posti di lavoro a rischio, quattro stabilimenti da chiudere e gamma dimezzata entro il 2030.
Il Gruppo Volkswagen si prepara ad affrontare la più grande ristrutturazione della propria storia recente. Il prossimo 9 luglio, il ceo Oliver Blume presenterà al consiglio di sorveglianza un piano denominato “Group Target Picture”, le cui indiscrezioni, anticipate dal magazine tedesco Manager Magazin, delineano tagli di proporzioni mai viste prima: fino a 100.000 dipendenti coinvolti a livello globale, la possibile chiusura di quattro grandi impianti produttivi in Germania e una riduzione drastica dei modelli in commercio. Una manovra d’emergenza dettata da numeri allarmanti, con il margine operativo del gruppo crollato al 3% nel 2025.
La crisi finanziaria che ha costretto il gruppo ad agire
Il punto di partenza di tutta questa operazione sono i conti in profondo rosso. Nonostante il gruppo venda ogni anno circa 9 milioni di vetture, le vendite ristagnano e la redditività è precipitata: il margine operativo si è dimezzato rispetto ai livelli precedenti, fermandosi a un esiguo 3% nel 2025.
Un sondaggio condotto internamente avrebbe persino messo in luce come l’esistenza stessa del gruppo fosse percepita a rischio. “Il nostro attuale modello di business non funziona più per tutti i marchi”, avrebbe dichiarato un portavoce del gruppo, riferendosi alla strategia di progettare auto in Germania, produrle in Europa ed esportarle nel resto del mondo. L’obiettivo del piano è abbattere i costi generali di 11 miliardi di euro entro il 2030, raddoppiando i tagli già annunciati a fine 2024.

Quattro stabilimenti a rischio chiusura e 100.000 esuberi nel mirino
La parte più dirompente del “Group Target Picture” riguarda il futuro delle fabbriche tedesche. Per la prima volta, la chiusura di siti produttivi in Germania è concretamente sul tavolo: nel mirino ci sono gli impianti di Hannover, Zwickau, Emden e lo storico stabilimento Audi di Neckarsulm, che insieme danno lavoro a circa 40.000 persone e producono 750.000 veicoli all’anno. I cancelli non dovrebbero chiudersi prima del 2030, al termine del ciclo produttivo dei modelli attuali, ma l’incertezza già pesa sui territori coinvolti.
Sul fronte occupazionale, il piano prevede una riduzione della forza lavoro globale pari al 15%, equivalente a circa 100.000 posizioni. Non solo operai: anche i quadri superiori sono nel mirino, con circa 5.500 manager su 20.000 totali destinati a perdere il posto nei comparti amministrativi e di sviluppo.
Meno modelli e possibile separazione del marchio VW
La razionalizzazione non si limita alla forza lavoro. Il gruppo punta a ridurre la propria offerta dagli attuali 150 modelli a meno di 100, puntando su una maggiore condivisione di componenti tra i diversi marchi per abbattere i costi di sviluppo. Gli investimenti previsti per il quinquennio successivo saranno tagliati del 15% rispetto ai piani precedenti.
L’ipotesi più clamorosa tra quelle circolate riguarda però la struttura societaria: il management starebbe valutando uno scorporo del marchio Volkswagen e della divisione “Componenti” dal resto del gruppo, trasformandoli in entità autonome. Una mossa guardata con estremo sospetto dai sindacati, che la interpretano come un possibile tentativo di aggirare la cosiddetta “Legge Volkswagen”, la norma che garantisce protezioni specifiche ai lavoratori del gruppo.
La risposta dei sindacati e la battaglia che si prepara
L’opposizione dei rappresentanti dei lavoratori è immediata e decisa. Il consiglio di fabbrica, con in testa Christiane Benner, Daniela Cavallo e Thorsten Gröger, ha bollato i piani come “minacce irresponsabili”, accusando il vertice aziendale di praticare un “attivismo cieco” anziché concentrarsi sullo sviluppo di prodotti competitivi e tecnologie capaci di tutelare l’occupazione nel lungo periodo.
Il confronto del 9 luglio si preannuncia durissimo. Oltre ai sindacati, Blume dovrà fare i conti con l’opposizione del Land della Bassa Sassonia e del potente IG Metall. La strada verso l’approvazione del piano è tutt’altro che spianata, e le prossime settimane diranno se il gruppo riuscirà a trovare un equilibrio tra la necessità di risanamento e la tutela di decine di migliaia di posti di lavoro.
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