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Jeremy Clarkson elogia l’Italia: “Ecco perché Maserati esiste ancora”

Il celebre giornalista britannico analizza sul Times il segreto della sopravvivenza dei brand italiani mentre l’industria UK è scomparsa.
Sul Times, Jeremy Clarkson dedica un editoriale al destino opposto dell’automotive italiano e britannico. Mentre oltremanica i costruttori storici sono scomparsi, nomi come Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Lamborghini, Lancia, Fiat e De Tomaso continuano a produrre vetture. Il giornalista inglese si interroga sulle ragioni di questa divergenza e identifica nella passione culturale il fattore decisivo. L’approccio italiano all’automobile, secondo Clarkson, trascende la razionalità economica e si radica in un attaccamento emotivo profondo, ben diverso dal pragmatismo britannico.
Due filosofie inconciliabili verso l’automobile
La domanda posta da Clarkson è semplice ma diretta: perché i brand dello Stivale resistono mentre quelli inglesi sono stati tragicamente annientati? La risposta risiede nel rapporto culturale con le quattro ruote.
Oltremanica prevale un interesse limitato agli aspetti tecnici. “Non sono particolarmente interessati alle auto, ma solo a ciò che le fa funzionare”, scrive il giornalista riferendosi ai suoi connazionali. Ammortizzatori, carburatori e motorini d’avviamento catalizzano l’attenzione, mentre il veicolo nel suo insieme viene considerato “una seccatura costosa”. Questo approccio utilitaristico ha impedito lo sviluppo di quel legame affettivo necessario a difendere i marchi nazionali dalle logiche di mercato.
L’automobile come identità nazionale
Clarkson smonta un luogo comune: “Un mio amico riteneva che gli italiani si preoccupino principalmente del cibo e degli ingredienti, e io dissi di no”. Il conduttore di Top Gear, che di recente ha recensito con entusiasmo l’Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio, sostiene una tesi diversa.
“Certo, si agitano quando gli si presenta un pomodoro particolarmente aspro, ma la loro vera passione sono le auto. E non solo le parti oleose che le fanno andare, ma l’intero pacchetto”. Questa prospettiva globale distingue l’approccio italiano da quello britannico. L’automobile viene percepita come un insieme armonico, non come somma di componenti.
Il paragone gastronomico è eloquente: suggerire a un italiano di acquistare “un’alternativa più affidabile ed economica dalla Cina” provocherebbe una reazione analoga a chi proponesse di “sostituire le sue fettuccine con un’alternativa in scatola della Heinz”. Anche se i dati mostrano migliaia di auto cinesi vendute nel 2025, i connazionali mantengono una tendenza purista.

Quando l’irrazionalità diventa strategia vincente
Il Tridente modenese rappresenta il caso emblematico analizzato da Clarkson. Dal punto di vista manageriale, investire su Maserati appare insensato: Stellantis possiede già Alfa Romeo, marchio con posizionamento sovrapponibile, e il consiglio di amministrazione olandese avrebbe dovuto considerare “ridicolo mantenere a galla questa antica pietra miliare”.
La separazione da Ferrari ha aggravato la situazione, interrompendo la fornitura di propulsori. “Ci sarebbero voluti miliardi per mantenere il marchio rilevante. Nuovi motori. Nuovo tutto”, osserva il giornalista. La domanda provocatoria sintetizza il dilemma: “Perché prendersi la briga quando tutti quelli che ricordano la Maserati che vinceva negli anni cinquanta non la ricordano perché hanno l’Alzheimer?”.
Eppure Stellantis ha scelto di investire miliardi in sviluppo tecnologico. “Sarebbe stato idiota perseverare. E invece così hanno fatto”, conclude Clarkson, ammettendo implicitamente la vittoria della passione sui calcoli finanziari.
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