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Diesel alle stelle: perché il prezzo continua a salire più di quello della benzina?

Dietro il divario tra gasolio e benzina c’è una convergenza di fattori che rischia di innescare una spirale inflazionistica per tutti.
Il prezzo del gasolio non smette di salire. Lo scorso 4 aprile, sulla rete stradale nazionale, il diesel self ha toccato una media di 2,130 euro al litro, contro gli 1,777 della benzina. Un gap di oltre 35 centesimi che pesa soprattutto sulle imprese, sull’agricoltura e su milioni di automobilisti. La proroga del taglio delle accise fino al 1° maggio non ha fermato i rialzi: le ragioni del divario sono strutturali, e affondano le radici in scelte politiche, dinamiche di mercato globale e nuovi obblighi europei.
Perché il diesel muove l’economia reale più della benzina
Prima di analizzare le cause del rincaro, occorre capire perché il gasolio faccia così male. Il diesel non alimenta soltanto le automobili: è il carburante su cui poggiano il trasporto su gomma, la logistica, l’agricoltura e la pesca. Per anni il suo uso è stato incentivato attraverso vantaggi fiscali, generando una domanda strutturalmente rigida. Quando i prezzi salgono, questa domanda non cala in modo apprezzabile, e i costi extra vengono quasi sempre trasferiti a valle, fino al consumatore finale.
È proprio questa catena di trasmissione a rendere il rincaro del gasolio più pericoloso di quello della benzina: i prezzi più alti per la logistica e l’agricoltura alimentano un’ulteriore spirale inflazionistica, che si riflette sul costo dei beni di prima necessità.

Le tre leve che hanno fatto salire il prezzo
Il sorpasso del gasolio sulla benzina è il risultato di tre spinte convergenti. La prima è legislativa: la Legge di Bilancio approvata a dicembre ha disposto il riallineamento delle accise, abbassando di 4,05 centesimi al litro quella sulla benzina e alzando della stessa cifra quella sul diesel. L’effetto era già visibile a gennaio. Quella differenza esisteva da decenni perché il gasolio era considerato strategico per la filiera industriale e logistica, ma nel tempo lo “sconto” è diventato difficile da giustificare sul piano ambientale, visto l’impatto inquinante del carburante.
La seconda leva è europea: da inizio 2026 tutti i Paesi UE hanno aumentato la quota obbligatoria di biocarburanti da aggiungere ai carburanti, con un rincaro di circa 2 centesimi al litro. La misura colpisce benzina e gasolio in egual misura, ma sul diesel l’effetto è amplificato perché si somma a un’accisa già più alta.
La terza è geopolitica: il conflitto in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran mantengono alta l’incertezza sul prezzo del petrolio greggio, da cui il gasolio viene ricavato attraverso distillazione frazionata. Ogni rialzo del greggio si scarica direttamente alla pompa.
Le risposte dei governi: dall’Italia alla Lituania
Di fronte a questa pressione, alcuni esecutivi hanno iniziato a intervenire in modo mirato. Il governo Meloni ha introdotto nell’ultimo decreto carburanti un credito d’imposta del 20% sui costi del diesel per il settore agricolo, misura che fino ad ora era riservata alla sola pesca.
Sul fronte europeo, un caso interessante arriva dalla Lituania: il governo di Vilnius ha approvato una riduzione dell’aliquota sul gasolio, portandola da 500 a 450 euro per 1.000 litri per il diesel convenzionale e da 60 a 10 euro per quello agricolo. Il provvedimento è temporaneo e resterà in vigore fino al 15 giugno 2025. Due approcci diversi, accomunati dalla stessa urgenza: contenere i danni economici di un rincaro che, senza interventi, rischia di amplificarsi lungo tutta la catena produttiva.
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