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Carburanti, allarme rincari: la guerra in Iran blocca 150 petroliere. Gli scenari

Stretto di Hormuz paralizzato dopo l’attacco a Teheran: 150 petroliere ferme e carburanti a rischio rincaro nelle prossime settimane in tutta Europa.
L’eliminazione dell’ayatollah Khamenei e l’offensiva militare congiunta di Washington e Tel Aviv contro Teheran hanno innescato uno degli scenari più temuti dai mercati energetici globali. Lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato, con circa 150 petroliere ancorate in attesa di sviluppi nel Golfo Persico. Per gli automobilisti italiani, la domanda non è se i prezzi cambieranno, ma di quanto e in quanto tempo.
Un collo di bottiglia da quaranta chilometri che muove il mondo
Pochi automobilisti sanno che il rifornimento settimanale dipende, in larga parte, da un tratto di mare largo appena quaranta chilometri tra Iran e Oman. Eppure è proprio lì che confluisce quasi tutto il greggio di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Bahrein prima di raggiungere le raffinerie europee e asiatiche: un quinto dell’intera produzione petrolifera mondiale passa obbligatoriamente da quel varco.
I Pasdaran hanno già trasmesso via radio l’ordine di fermarsi a tutte le imbarcazioni in transito, dichiarando la chiusura dello stretto. Nessuna petroliera risulta colpita direttamente, ma armatori come MSC, CMA CGM e Hapag-Lloyd non hanno atteso conferme: hanno sospeso le prenotazioni per l’intera area e dirottato le proprie flotte verso porti alternativi.

Cosa rischiano i prezzi alla pompa in Italia
Già venerdì 27 febbraio, ancora prima dei missili, il Brent aveva raggiunto 73 dollari al barile – il massimo da sette mesi – spinto dalla sola anticipazione dell’attacco. Con il conflitto ora esploso, le proiezioni si moltiplicano: una risoluzione rapida limiterebbe i danni a un rialzo del 10-15%, mentre Rystad Energy stima aumenti tra 5 e 20 dollari al barile in uno scenario di guerra prolungata.
Nel caso più grave, ovvero una chiusura duratura di Hormuz, Tortoise Capital colloca il barile sopra i 100 dollari con punte potenziali fino a 130. Per chi fa il pieno in Italia, dove la benzina verde costa oggi tra 1,70 e 1,75 euro al litro, questo si tradurrebbe in rincari fino a 30-40 centesimi. Il meccanismo non è immediato – accise, contratti pluriennali e margini di distribuzione attutiscono il colpo – ma un rialzo sostenuto del greggio si trasferisce ai distributori entro una o tre settimane.
Gas naturale e risposta dell’OPEC+: le mosse per contenere i prezzi
Il petrolio non è l’unica variabile in gioco. Circa il 30% del gas naturale liquefatto mondiale transita per lo stesso stretto, provenendo in gran parte dal Qatar: un blocco prolungato farebbe salire anche le bollette energetiche, con ripercussioni sull’intera filiera economica.
Sul fronte della risposta produttiva, l’OPEC+ ha annunciato nella riunione di domenica 1° marzo una mossa concreta: i Paesi membri aggiungeranno 206mila barili di petrolio al giorno ad aprile, un incremento superiore ai soli 137mila barili giornalieri registrati ogni mese nel quarto trimestre del 2025. Una risposta più decisa del previsto, pensata proprio per contenere le pressioni sui prezzi legate al conflitto. I margini rimangono però limitati: gli oleodotti terrestri di Arabia Saudita ed Emirati possono aggirare Hormuz, ma secondo il Center for Strategic and International Studies la loro capacità combinata non supera i 3,4 milioni di barili al giorno, una frazione dei volumi abituali in transito nello stretto.
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