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Cambia il Codice della Strada: ecco le nuove regole al volante

Stupefacenti al volante: la Consulta boccia le sanzioni automatiche e impone di dimostrare il pericolo reale prima di ritirare la patente.
Un test positivo alla droga non basta più per perdere la patente. La Corte costituzionale ha ridefinito l’applicazione dell’articolo 187 del Codice della Strada, imponendo alle forze dell’ordine di dimostrare che il conducente abbia messo effettivamente in pericolo la sicurezza stradale. La decisione smonta l’impianto della riforma 2024, che prevedeva sanzioni basate esclusivamente sulla presenza di sostanze stupefacenti nell’organismo. D’ora in poi, la punibilità scatta solo quando esiste un nesso comprovato tra l’assunzione e il rischio concreto durante la guida.
Quando scatta la sanzione secondo i giudici costituzionali
I giudici hanno chiarito un punto fondamentale: rilevare metaboliti nel sangue o nella saliva non equivale automaticamente a guidare in condizioni pericolose. La Consulta, sollecitata da tre tribunali che nutrivano dubbi sulla legittimità della norma, ha confermato la validità formale dell’articolo 187 ma ne ha completamente ridefinito l’ambito applicativo. La sanzione diventa legittima esclusivamente quando si dimostra che il comportamento alla guida ha creato o avrebbe potuto creare un rischio effettivo per gli altri utenti della strada.
Il ragionamento è lineare: le tracce di droghe possono rimanere rilevabili per giorni o addirittura settimane dopo l’uso, ben oltre la durata degli effetti psicoattivi. Sanzionare qualcuno sulla base di residui chimici, senza verificare se questi influenzavano realmente le capacità di guida, contrasta con i principi di proporzionalità e ragionevolezza.

Dal vecchio al nuovo regime sanzionatorio
La versione precedente dell’articolo 187 colpiva chi si metteva al volante in stato di alterazione psico-fisica provocata da stupefacenti. La chiave stava proprio nel dimostrare l’alterazione: non bastava un esame tossicologico, servivano elementi che attestassero l’effettiva compromissione delle capacità. Il governo ha stravolto questa logica con la riforma del novembre 2024, eliminando ogni riferimento allo stato alterato e introducendo una responsabilità oggettiva legata alla semplice assunzione di sostanze.
L’intento dichiarato puntava a rendere più semplici i controlli e a inasprire le conseguenze per chi usa droghe. Il risultato pratico ha generato proteste da parte di magistrati e movimenti per i diritti civili, preoccupati dalla possibilità di punire automaticamente persone che non costituivano alcun pericolo al momento del controllo.
Perché la Corte ha modificato l’interpretazione
I tre magistrati che hanno sollevato la questione davanti alla Consulta hanno messo in luce un’incongruenza evidente: con la formulazione del 2024, si rischiava di incriminare anche chi avesse fatto uso di stupefacenti molto tempo prima, magari in un contesto completamente diverso dalla guida. La Corte ha ribadito un caposaldo del diritto: ogni sanzione deve fondarsi su un collegamento dimostrabile tra l’azione compiuta e il danno o il pericolo concreto che ne deriva.
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha definito la sentenza una conferma della validità complessiva della riforma, pur riconoscendo che introduce vincoli interpretativi più rigorosi. Resta da capire come Polizia, Carabinieri e tribunali tradurranno operativamente questa indicazione: i test salivari e le analisi di laboratorio dovranno essere accompagnati da prove che attestino l’effettivo impatto delle sostanze sulla capacità di condurre il veicolo.
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