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Aston Martin in crisi profonda: 600 licenziamenti e debiti da record

Il costruttore britannico affronta il momento più difficile della sua storia recente, con perdite che superano i 360 milioni di sterline.
Gaydon è al centro di una tempesta finanziaria senza precedenti nell’era moderna del marchio. I risultati economici del 2025 dipingono uno scenario di crisi strutturale, aggravata da pressioni esterne difficili da governare. La necessità di monetizzare persino il proprio nome storico – ceduto alla scuderia di Formula 1 per 50 milioni di sterline – dice molto sullo stato di salute di un’azienda che ora punta tutto su un ambizioso piano di rilancio. Seicento lavoratori su circa 3.000 perderanno il posto, mentre il management ridisegna l’intera strategia operativa.
Un crollo finanziario su tutti i fronti
A colpire non è solo l’entità delle perdite, ma la loro ampiezza trasversale. Il fatturato ha ceduto il 21% rispetto all’anno precedente, fermandosi a 1,258 miliardi di sterline, nonostante le consegne siano diminuite in misura minore – il 10%, per un totale di 5.448 vetture. La forbice tra calo dei volumi e calo dei ricavi rivela un problema di composizione del portafoglio: il prezzo medio di vendita è sceso del 15%, segno che le versioni più redditizie hanno faticato a trovare acquirenti.
Sul piano della redditività operativa, il margine lordo si è ridotto di oltre un terzo e la perdita operativa rettificata è passata da 83 a 189 milioni. In fondo al conto economico, la perdita complessiva ha raggiunto 363,9 milioni, contro i 289 dell’anno prima. Sul fronte finanziario, la società ha consumato 410 milioni di cassa nel corso dell’anno – più del 2024, nonostante investimenti ridotti di 60 milioni – lasciando in cassa appena 250 milioni. Il debito netto ha toccato 1,38 miliardi, con una leva finanziaria esplosa a 12,8 volte il margine operativo: un rapporto che le aziende industriali sane mantengono tipicamente sotto quota 3.

Mercati ostili e domanda in frenata
Le ragioni del deterioramento affondano le radici tanto in dinamiche interne quanto in fattori di contesto. Sul versante della domanda, Aston Martin ha riconosciuto le “accresciute sfide nel contesto macroeconomico globale, alle incertezze geopolitiche, alle minori consegne di versioni speciali e a un approccio disciplinato al bilanciamento tra produzione e domanda”. Un segnale di ripresa è arrivato nell’ultimo trimestre, con le vendite cresciute del 47% rispetto ai tre mesi precedenti, ma non sufficiente a compensare il rosso annuale.
Dal lato dei costi e dei margini, hanno pesato i dazi doganali americani, le nuove imposte cinesi sulle auto di lusso, oneri aggiuntivi legati alle garanzie e maggiori risorse destinate al supporto dei concessionari. Si tratta di voci che erodono la redditività indipendentemente dai volumi prodotti e che rischiano di restare presenti anche nei prossimi esercizi, soprattutto se il quadro geopolitico non migliorerà.
La strategia di Hallmark tra tagli e nuovi modelli
Adrian Hallmark, arrivato alla guida del marchio meno di un anno fa dopo l’esperienza in Bentley, ha impostato una risposta su più livelli. Il programma di ristrutturazione prevede l’uscita di 600 dipendenti, la riduzione degli investimenti e un lavoro profondo sull’efficienza dei processi. In parallelo, la direzione commerciale punta su nuove versioni derivate dell’attuale gamma e su una politica di personalizzazione sempre più spinta, capace di sostenere i margini per vettura.
Il modello su cui si concentrano le maggiori aspettative è la Valhalla, le cui consegne – partite solo a fine 2025 – dovrebbero raggiungere quota 500 unità nell’anno in corso. I primi segnali dall’ultimo trimestre sono stati incoraggianti: i flussi di cassa sono tornati positivi per 5 milioni. Il management si attende un “sostanziale miglioramento delle performance finanziarie” nel 2026 e nel medio termine, ma l’esito dipenderà anche da variabili fuori controllo: l’evoluzione dei dazi americani, le politiche fiscali cinesi sul lusso e la stabilità della catena di fornitura globale.
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