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Sassi dai cavalcavia, è tornata la moda degli agguati: cosa fare se vieni colpito

Il lancio di sassi dai cavalcavia torna a colpire le strade italiane: cosa fare dopo un impatto e cosa rischia chi commette questi attacchi.
Tre episodi in un solo mese, tra Bolzano, Novara e Vezzano, hanno riportato in cima all’agenda della sicurezza stradale uno dei fenomeni più pericolosi e ricorrenti della cronaca italiana: il lancio di sassi dai cavalcavia. Un comportamento che non è mai del tutto scomparso e che, ciclicamente, si ripresenta con dinamiche simili a quelle documentate già negli anni Ottanta. Dal 1986 a oggi, la scia di episodi gravi non si è mai interrotta, ma nel 2026 il rischio di emulazione rapida rende il fenomeno ancora più difficile da arginare. Conoscere le misure di autotutela, il quadro giuridico e la storia di questi agguati è oggi indispensabile per chiunque percorra le strade del paese.
Un fenomeno antico che si rinnova nell’era digitale
Quarant’anni di episodi documentati non hanno fatto sparire quella che la cronaca continua a registrare come una delle forme più codarde di aggressione stradale. La prima vittima accertata risale al 1986: Maria Jlenia Landriani, di soli due mesi, uccisa sulla Milano-Lentate da un sasso lanciato da un cavalcavia. Dieci anni dopo, nel 1996, Maria Letizia Berdini perse la vita sulla Torino-Piacenza mentre era in viaggio di nozze. Nel 2005 un masso di quaranta chili tolse la vita a un uomo sulla Roma-Napoli.
Ogni decennio ha portato nuovi nomi e nuove tragedie, ma la dinamica non è mai cambiata. Quello che è mutato è il contesto: in un’epoca di connessione permanente, la notizia di un primo gesto isolato raggiunge in pochi minuti milioni di persone. La psicologia criminale avverte che la visibilità mediatica può funzionare da innesco per personalità fragili o in cerca di emozioni distorte. I giovanissimi fermati a Usmate Velate, insieme agli episodi di Bolzano e Novara, confermano che il 2026 segna un preoccupante ritorno del fenomeno.

Cosa fare nei secondi successivi all’impatto
Se un automobilista viene colpito, le reazioni nei primi momenti sono decisive. L’istinto immediato di frenare bruscamente va contrastato: fermarsi sotto il cavalcavia significa restare esposti a ulteriori lanci. La risposta corretta è mantenere la traiettoria, ridurre gradualmente la velocità e raggiungere una piazzola di sosta o un’area di servizio visibile e illuminata.
Una volta al sicuro, la documentazione fotografica assume un valore centrale. Vetri rotti, il sasso rimasto nell’abitacolo o sull’asfalto, la prospettiva del cavalcavia: ogni elemento può diventare una prova fondamentale nelle indagini e nelle eventuali cause civili. Anche il filmato della dashcam, in assenza di telecamere stradali come accaduto nell’ultimo caso di Vezzano, può essere l’unico strumento per identificare i responsabili e accelerare le pratiche assicurative. Infine, è sempre necessario chiamare i soccorsi anche in assenza di ferite apparenti: le micro-lesioni oculari da schegge di vetro non sempre si manifestano nell’immediato.
Il quadro giuridico: pene severe e responsabilità civile
La giurisprudenza italiana ha progressivamente eliminato ogni zona grigia sul piano penale. Chi lancia un sasso da un cavalcavia risponde oggi di tentato omicidio o omicidio volontario, grazie all’orientamento consolidato sul dolo eventuale: chi compie quel gesto accetta consapevolmente la possibilità di uccidere e non può più invocare l’incoscienza come attenuante.
Per i casi che coinvolgono minori sotto i quattordici anni, la responsabilità civile ricade sui genitori, con risarcimenti che possono raggiungere centinaia di migliaia di euro. Sul fronte assicurativo, la sola polizza RCA non copre questi eventi: è necessaria un’estensione per atti vandalici. In presenza di prove video e di una zona già nota per precedenti analoghi, un avvocato può inoltre percorrere la strada della responsabilità oggettiva del gestore stradale, qualora non fossero state adottate le misure minime di sicurezza.

L’incoscienza non è più una giustificazione
Nel 1996, quando la morte di Maria Letizia Berdini scosse l’opinione pubblica, si parlava ancora di un fenomeno “nuovo” e poco conosciuto. Oggi non esistono più alibi: chiunque si posizioni sopra un ponte con un oggetto in mano sa con certezza che un sasso lanciato contro un veicolo in corsa a 100 km/h moltiplica la propria forza d’impatto fino a trasformarsi in un proiettile. La consapevolezza diffusa rende ogni atto di questo tipo una scelta deliberata, non un errore di valutazione.
La certificazione medica immediata del danno psicologico è un altro aspetto che la giurisprudenza del 2026 riconosce con sempre maggiore frequenza. Lo shock post-traumatico di chi subisce un agguato di questo tipo può avere conseguenze invalidanti nel lungo periodo e deve essere attestato tempestivamente da personale sanitario per poter essere fatto valere in sede legale. Restare informati su procedure, diritti e strumenti di autotutela è oggi la prima risposta concreta a un fenomeno che non accenna a scomparire dalle strade italiane.
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