News
L’Italia è il Paese delle Ztl: quasi il 90% di quelle europee si trova da noi

L’Italia detiene il primato europeo di Zone a traffico limitato, ma manca ancora un quadro normativo uniforme e condiviso a livello nazionale.
Più della metà di tutte le misure di restrizione alla circolazione urbana censite in Europa si concentra in Italia: un primato che, secondo la ricerca “Auto e Città, oltre il divieto” dell’Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, fotografa un Paese molto attivo sul piano regolatorio, ma ancora privo di un coordinamento nazionale efficace. A dirlo chiaramente è Fabio Orecchini, direttore dell’Osservatorio: “Appare però evidente l’assenza di un coordinamento efficace a livello nazionale. L’esempio di altri Paesi come Germania, Francia e Spagna ci dice che per le zone a basse emissioni sono possibili definizioni uniche nazionali, in Italia attualmente inesistenti, che permettano agli automobilisti di orientarsi meglio tra le diverse restrizioni presenti a livello locale”.
Il quadro è quello di un sistema diffuso ma frammentato, dove l’assenza di regole condivise rischia di vanificare parte dei benefici prodotti dalle singole misure locali. Una contraddizione che emerge con forza proprio dai numeri.
Un primato europeo che vale più della metà del continente
Su circa 500 Zone a traffico limitato presenti in Europa, ben 446 si trovano in Italia, il 89% del totale. L’Osservatorio precisa che questo dato va letto con cautela: in Italia il termine Ztl è spesso usato come definizione generica per qualsiasi forma di restrizione al traffico, mentre indica solo una delle varianti delle Uvar (Urban Vehicle Access Regulation).
Allargando l’analisi all’intero insieme delle misure di limitazione dell’accesso, tra cui Low Emission Zones, congestion charging e Ztl vere e proprie, l’Italia conta 485 provvedimenti su 863 totali a livello europeo, il 56,2% del continente. Come osserva Orecchini: “La popolazione mondiale è sempre più urbanizzata, il rapporto tra auto e città è quindi un elemento chiave per la qualità della vita di miliardi di persone nei prossimi decenni”.

Le lacune del sistema: segnaletica, criteri e piattaforme digitali
Dietro i numeri si nasconde un problema strutturale. Le restrizioni italiane mancano di regole omogenee tra le diverse aree urbane: non esistono criteri condivisi per definire le Low Emission Zones, la segnaletica stradale varia da città a città e non c’è una piattaforma digitale nazionale capace di raccogliere e organizzare le informazioni su tutte le Uvar attive sul territorio.
L’Osservatorio indica tre priorità concrete per colmare queste lacune: definire criteri comuni per le Lez, uniformare i segnali stradali e creare una piattaforma unica digitale nazionale. Strumenti che altri Paesi europei hanno già adottato, rendendo più trasparente e comprensibile il sistema di accesso alle aree urbane per i propri automobilisti.
Benefici documentati, ma con ricadute sociali da non sottovalutare
La letteratura scientifica internazionale riconosce alle misure Uvar effetti favorevoli: riduzione dell’inquinamento atmosferico, calo della congestione e accelerazione del rinnovo del parco veicolare. Dati che giustificano la diffusione di queste politiche nelle città europee.
Al tempo stesso, la ricerca segnala conseguenze non intenzionali da considerare. Il traffico escluso dalle aree protette tende a spostarsi nelle zone limitrofe, con un potenziale aumento dell’inquinamento nelle periferie. Sul piano sociale, le restrizioni colpiscono in modo sproporzionato i proprietari di veicoli più datati, spesso appartenenti alle fasce economiche più vulnerabili. Per questo, l’Osservatorio indica che le politiche ambientali urbane dovrebbero essere affiancate da incentivi all’acquisto di auto meno inquinanti e da un potenziamento del trasporto pubblico locale, per rendere la transizione più equa e accessibile a tutti i cittadini.
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Telegram
Clicca qui per mettere "mi piace" alla nostra pagina Facebook
Riproduzione riservata © - MM














