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Mercedes alle corde: la crisi non si ferma. Cosa sta succedendo

Il crollo dei profitti, la Cina che frena e i dazi che erodono i margini mettono a dura prova la strategia premium della casa di Stoccarda.
Il colosso di Stoccarda non riesce a uscire dalla spirale negativa. I numeri del 2025 parlano chiaro: Mercedes-Benz ha visto l’utile operativo dimezzarsi, con una flessione del 57,2% che lo ha portato a 5,8 miliardi di euro, mentre l’utile netto si è ridotto quasi della metà, fermandosi a 5,3 miliardi. Il margine della divisione auto — che appena tre anni fa, nel 2022, sfiorava il 15% — è crollato al 5%, con proiezioni per il 2026 ancora più basse, in un intervallo tra il 3% e il 5%. Una caduta che mette in discussione l’intera scommessa strategica sul lusso e sull’alto di gamma, concepita proprio per isolare il gruppo dalle fluttuazioni di mercato.
I ricavi complessivi si sono attestati a 132,2 miliardi di euro, con un free cash flow industriale di 5,4 miliardi. Le previsioni per l’anno in corso indicano sostanziale stabilità sui ricavi, ma un ritorno sulle vendite destinato a restare ben lontano dagli obiettivi di medio termine, fissati tra l’8% e il 10%.
Cina in caduta libera e dazi: la tempesta perfetta
Il fronte più critico è quello cinese: le consegne nel paese sono calate del 19% nel 2025, un dato che pesa sull’intera performance globale, dove le vendite hanno perso il 9,2%. Nel mercato auto più grande del mondo, i produttori locali hanno compiuto un salto qualitativo decisivo, conquistando il segmento premium con vetture elettriche dotate di software sofisticati, autonomia elevata e prezzi competitivi. Il tradizionale primato di Mercedes su design e ingegneria meccanica non basta più a fidelizzare una clientela sempre più orientata verso i marchi nazionali.

Parallelamente, le tariffe commerciali hanno inciso per circa 1 miliardo di euro sui costi del 2025, a cui si sommano quasi 1,5 miliardi di effetti negativi legati alle oscillazioni valutarie nella divisione automotive. L’amministratore delegato Ola Kallenius ha definito lo scenario attuale un “contesto dinamico e sfidante”, richiamando l’urgenza di agire su efficienza, velocità decisionale e flessibilità strutturale.
Il rilancio passa da 40 nuovi modelli e dalla ristrutturazione
La risposta industriale di Mercedes poggia su due pilastri. Il primo è un’offensiva di prodotto ambiziosa: circa 40 nuovi modelli in arrivo tra il 2025 e il 2027, sviluppati su architetture software di nuova generazione. Il secondo è la localizzazione produttiva in Cina, con l’obiettivo di ridurre i costi operativi, anche se i veicoli assemblati localmente non verranno esportati verso Stati Uniti ed Europa, almeno per il momento.
Sul piano finanziario, il piano di ristrutturazione già in atto ha permesso di recuperare 3,5 miliardi di euro, una cifra rilevante ma insufficiente a compensare la perdita di volumi e l’erosione dei margini. La transizione elettrica, intanto, avanza a ritmi più lenti e con costi superiori alle attese nei mercati occidentali, complicando ulteriormente la situazione. Quella di Mercedes non è una storia isolata: rispecchia le difficoltà strutturali dell’industria automobilistica europea, stretta tra costi in aumento, concorrenti cinesi agguerriti e un sistema di scambi internazionali sempre più frammentato da barriere tariffarie.
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